#ATuPerTu con i Comaneci

Stimolante discussione sull’intricante tema della musica sperimentale (e non solo) con i Comaneci, band ravennate nata nel 2005. Il trio romagnolo ha fatto tappa a Sansepolcro nel contesto di un “secret concert” organizzato dalle associazioni Effetto K e M.ARTE 360, questa estate.

Comaneci
Comaneci

#ATuPerTu

K: La vostra musica si potrebbe descrivere come un “elogio delle piccole cose e della lentezza” sulla scia di Giovanni Pascoli. Vi ritrovate in questa definizione?

C: Assolutamente sì! Tra l’altro, nella copertina del nostro ultimo album (realizzata da Mara Cerri), è raffigurata una volpe nera assieme a quella che per noi è un’entità luminosa, definita da lei “l’atomo opaco del male”, che è un pezzo di una poesia di Pascoli, quindi sì, è una definizione che ci contraddistingue.

K: Non è un caso che le tracce siano ricche di field recordings. Visto che l’ultimo album è stato registrato in una casa di campagna, quanto è importante per voi il contatto con la Natura nel creare musica?

C: Abbiamo registrato l’ultimo album in una casa di campagna principalmente per praticità, anche se una location del genere è anche stimolante e “nutriente” dal punto di vista umano. Noi tendiamo a prendere in considerazione altri aspetti oltre a quelli tecnici. Abbiamo bisogno di avere una cucina per esempio, e di poter vivere piacevolmente nel luogo che ci ospita per la registrazione.

I field recordings sono una pratica adottata da alcuni anni (in modo a volte travagliato). E’ comunque un aspetto molto complesso, richiede molto lavoro e non è sempre facile da accettare (anche solo per la necessità di dover andare in un bosco per poter registrare).

La nascita del trio Comaneci

K: In che modo l’ingresso di Simone nella band ha portato ad una maturazione del vostro sound?

C: Prima del suo arrivo era bellissimo, ma adesso è ancora più bello! Ci sono stati dei cambiamenti sia dal punto di vista umano che logistico. L’arrivo di Simone è stato come uno scarto che ha reso tutto più netto e definito, un percorso necessario che ci ha permesso di disgregare il duo ed il livello più acustico del nostro sound, che è comunque ancora molto soggetto all’esplorazione. Possiamo quindi definirlo come un percorso necessario. Simone era esattamente quello che ci serviva. Ci siamo incontrati nell’ambito di un progetto sul liscio romagnolo, e siamo entrati subito in sintonia!

C (Simone): Ho accettato subito la proposta essendo affascinato dal progetto. Non sono però mancate le difficoltà, soprattutto nel cercare di capire come inserire un bit su dei pezzi nei quali non era semplice far funzionare il suono della batteria. C’è quindi stato un periodo di adattamento abbastanza lungo: sono convinto che abbiamo trovato la “quadratura del cerchio” dopo 40 concerti! L’amalgama che ha portato alla nascita dei Comaneci “in trio” è stato frutto di tante prove e ha cambiato il modo di suonare di tutti noi.

Comaneci

La musica sperimentale

K: Nel corso della vostra carriera decennale avete visto crescere il vostro pubblico. Pensate che l’ascoltatore italiano si sia in un certo senso “internazionalizzato” e sia ora più propenso ad apprezzare la musica sperimentale?

C: Purtroppo abbiamo paura che in questo senso la situazione stia peggiorando. Le percezioni sono sempre soggettive, considerando come un gruppo viva il proprio percorso ed i propri concerti analizzandone i riscontri. Tuttavia, 10 o 15 anni fa, l’interesse verso certe sperimentazioni era più forte, nonostante rimangano ancora nicchie di ascoltatori interessati ad un qualcosa di diverso rispetto ad una canzone “immediata”, in cui non c’è molto da esplorare.

Forse dovremmo anche sfatare dei miti riguardo all’estero: personalmente non abbiamo suonato moltissimo oltre confine, ma in Italia ci sono tante cose che funzionano nel modo giusto (come avere l’opportunità di fare tanti concerti nei piccoli paesi resi possibili da notevoli sforzi di singole persone appassionate, che offrono al pubblico la possibilità di ascoltare altra musica rispetto a quella dei talent o della radio). All’estero, anche grazie a fondi statali, vieni stipendiato e tutelato, ma è possibile ritrovarsi a suonare di fronte a 5 persone, non essendoci l’esigenza (paradossalmente) di creare interesse da parte degli organizzatori. Per questo meglio pensare a come migliorare che cercare di “imitare” un estero che non esiste.

K: Scavando nel passato… Quali sono gli album o più in generale gli artisti che hanno influenzato i Comaneci e che in qualche modo possiamo ritrovare nelle vostre produzioni?

C: Ascoltiamo talmente tanti artisti che è complesso travare qualcuno in particolare… Tanto per citarne alcuni pensiamo a i Gastr Del Sol, agli Akron Family ed in generale il punk rock ma anche ai The Doors (che citiamo anche in un nostro brano). Comunque, i nostri ascolti sono molto vari ed includono anche il pop, il folk, il jazz e musica sperimentale. Tuttavia, durante la scrittura di un brano, si ha la necessità di pensare ad altro oltre che alla musica: leggiamo molti libri, guardiamo molti film, andiamo a teatro e visitiamo molte mostre… Il nutrimento deriva quindi da contesti non sempre correlati fra loro.

K: Per concludere, una curiosità: c’è un regista al quale cedereste le vostre canzoni per la colonna sonora di un suo film?

C: Se dovessimo scegliere di cedere la nostra musica a qualcuno ci vengono in mente Veiko Õunpuu, un regista estone particolare ma molto bravo, Bill Morrison (regista americano che lavorava sul degrado delle pellicole) e Werner Herzog. Ci piacerebbe anche suonare al Bang Bang Club di Twin Peaks e che Paolo Sorrentino usasse un nostro pezzo in un suo film: ce lo meritiamo!

 

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