Guilty pleasure: 20 film “Non sono bello… Piaccio!”

Pellicole tanto brutte che fanno il giro e diventano belle, altre che invece vengono create volutamente trash e ancora film girati con tre spiccioli ma tanta passione o al contrario girati con milioni per poi risultare più caciaroni che mai.
Preparatevi ad una cavalcata che nasconde i peggiori incubi di ogni cinefilo nell’era dell’internet ma che altri non è che una raccolta di guilty pleasure degli autori di questo articolo.

TOP 10 di Duccio

10) Bad Taste (P. Jackson, NZL, 1987)

Molto prima di rivoluzionare il cinema contemporaneo con la trilogia kolossal del Signore degli Anelli, Peter Jackson era un giovane regista di B-movies amante dello splatter. Nel 1987 esordì alla regia con questo Bad Taste, letteralmente un film di cattivo gusto, violentissimo e spregiudicato. La storia è quella di un’unità speciale nota come “The Boys” (molto prima dei “Boys” di Garth Ennis e del meme “Me and the boys”) che deve fermare il folle piano degli invasori alieni, i quali vogliono eliminare la popolazione terrestre e utilizzarla come carne per una catena di fast food spaziale. L’opera prima di Jackson è un film del tutto delirante e quindi bellissimo se preso per quello che è, ossia una pellicola realizzata con mezzi rudimentali e due lire di budget, che non ha le quantità pantagrueliche di sangue finto del successivo “Braindead” ma comunque davvero divertente.

9) Shoot ‘Em Up (M. Davis, USA, 2007)

Altro film particolarmente degenerato, Shoot ‘Em Up segue la vicenda di un Clive Owen vagabondo che non fa altro che mangiare carote e sparare ai cattivi dall’inizio alla fine. Ci sarebbe anche un abbozzo di trama in mezzo, ma interessa davvero? Nel caso: c’è un neonato da salvare dai cattivoni e Clive Owen nel farlo riduce il problema della sovrappopolazione globale. Il film è inoltre uno dei pochi dove Monica Bellucci risulti vagamente sopportabile, vuoi perché appare nuda, vuoi che non mi vengono in mente altre
ragioni. Tra scene d’azione surreali e dialoghi a dir poco grotteschi, Shoot ‘Em Up è la cosa più vicina che avremo mai ad un live-action dei Looney Tunes. Tutto ciò non ha senso ed è meraviglioso.

8) Evolution (I. Reitman,USA, 2001)

Ci sarebbe poco da dire su Evolution: Don Jakoby scrisse la sceneggiatura di un horror fantascientifico serio e cupo, ma il progetto finì nelle mani di Ivan Reitman che lo rivoltò come un calzino, rendendolo una sgangherata ed illogica commedia che a conti fatti è praticamente un remake del suo Ghostbusters con gli alieni al posto dei fantasmi. Il risultato finale è un film talmente sbagliato da fare il giro e diventare giusto, grazie soprattutto al ritmo funky, i toni leggeri e la presenza di David Duchovny, che chi
vi scrive considera alla stregua di un Re Mida della televisione. Benché ingenuo e campy, infatti, Evolution rimane un film divertente da vedere e godersi a cuor leggero senza farsi troppi problemi.

7) La mummia – Il ritorno (S. Sommers, USA, 2001)

Andando ancora più a fondo troviamo The Mummy Returns, seguito della versione con il mitico Brendan Fraser. Senza girarci troppo intorno: questo film è insalvabile. Passi la trama senza senso pur di tirare l’acqua al proprio mulino, passi la regia scollatissima, passi anche di avere gli effetti speciali in CGI tra i più brutti mai visti, ma il fatto di aver lanciato The Rock nel mondo del cinema dovrebbe costare la pena capitale. Eppure anche questa notevole cialtroneria fa parte di quel patrimonio intoccabile che sono i film dell’infanzia, e di conseguenza è impossibile non volergli un po’ di bene. Da bambini ci si diverte per la storia sopra le righe, da adulti ci si diverte nel vedere un plasticoso re scorpione che sembra uscito da un gioco per la Playstation 2. In più bisogna dire che ad Hollywood si meritano sonore bastonate per aver cestinato Brendan Fraser come una ruota bucata e averci dato quel disastro senza appello della Mummia con Tom Cruise.

6) La leggenda degli uomini straordinari (S. Norrington, USA, GBR, DEU, CZE, 2003)

The League of Extraordinary Gentlemen è il libero adattamento su grande schermo dell’omonima opera di Alan Moore, che rivisitava personaggi della letteratura vittoriana, come il Capitano Nemo e l’Uomo Invisibile, riproponendoli in una sorta di Justice League. Quello che era nel fumetto cult di Moore, tuttavia, non è nel film di Norrington, e infatti alla sua uscita nel 2003 quest’ultimo fu un clamoroso insuccesso. Il giudizio del pubblico all’epoca non si può biasimare poiché il film è a tutti gli effetti una carnevalata che avrebbe vinto la medaglia d’oro al festival del ridicolo. Moore stroncò il film, ma ciò non fa notizia perché egli avrebbe odiato comunque qualsiasi adattamento. Allora cosa c’è di tanto speciale? In due parole: Sean Connery, che alla sua ultima apparizione cinematografica, nel ruolo di Allan Quatermain, trainò il film sulle spalle (un po’ come Baggio ad USA ’94) con il difficile compito di dargli credibilità. Tutte le critiche da muovere al film sono perciò giustificate, ma non gli si nega nemmeno un posto vicino al cuore.

5) Terapia d’urto (P. Segal, USA, 2003)

Negli anni si è detto di tutto e di più su Adam Sandler e sulla sua comicità imbarazzante e Terapia d’urto, a dire il vero, non è da meno. Tuttavia in esso c’è il gigionismo di Jack Nicholson, vero valore aggiunto che innalza “Anger Management” al di sopra di molte altre commedie dimenticabili. La storia è quella di Dave (Sandler), insignificante impiegato con problemi di gestione della rabbia che deve vedersela con lo strambo dottor Buddy Rydell (Nicholson). In sintesi parliamo di un Pieraccioni americano. Terapia d’urto è tanto sagace quanto nevrotico, stupido e perverso, ma al tempo stesso (e questo è inspiegabile) funziona. Non importa quanto sia obiettivamente sbagliato, riesce sempre a far ridere.

4) Wet Hot American Summer (D. Wain, USA, 2001)

Piccolo gioiello trash del 2001, Wet Hot American Summer nasce da un’idea del regista esordiente David Wain, che con l’aiuto di amici e comici del programma The State portò sul grande schermo una commedia satirica (dal titolo che sembra un film erotico) che prendesse in giro le teen-comedy degli anni ’80. La commedia racconta le vicende di alcuni adolescenti durante l’ultimo giorno di vacanze al campeggio estivo mentre un satellite sta per schiantarsi su di loro. La storia è assolutamente esilarante e le situazioni
che si creano sono di un demenziale che difficilmente si può descrivere a parole. Alcune trovate sono veramente geniali ed è effettivamente un film riuscito poiché volutamente folle e sopra le righe. Da vedere e rivedere per farsi grosse risate. Nel cast figurano Paul Rudd, Bradley Cooper, Elizabeth Banks, Christopher Meloni e Ken Marino, tutti o quasi agli inizi.

3) Rombo di tuono (J. Zito, USA, 1984)

Come in quasi tutta la filmografia di Chuck Norris, in Rombo di tuono c’è un esagerato machismo, un’incondizionata esaltazione dell’esercito nonché uno sciovinismo che, ad oggi, risulta quantomai stucchevole. In questo film, ma anche nei suoi seguiti, la narrazione è bolsa e il livello tecnico in generale è oggettivamente mediocre per non dire peggio, anche per un prodotto di genere degli anni ’80. Spezzando una lancia a suo favore, però, non è una brutta copia di Rambo 2 come è stato definito da molti, dal momento che il film con Stallone uscì un anno dopo, anche se le meccaniche narrative sono le stesse. Nonostante tutto ciò, per chi è cresciuto nel mito di Chuck Norris e dei “facts”, Rombo di tuono rimane un must divertente, a tratti quasi un “so bad it’s so good” e il meglio arriva proprio quando Norris fa sfoggio dei suoi calci rotanti e mette in mostra le sue doti nelle arti marziali.

2) Faccia di Picasso (M. Ceccherini, ITA, 2000)

Faccia di Picasso è una parentesi completamente sbagliata nella storia della cinematografia, un unicum seriamente terrificante per pochezza di forma e contenuti. Ceccherini poi è, prima come attore e poi anche da regista, un danno per la settima arte. Tuttavia bisogna dargli atto che riuscire a dilapidare anni di carriera, successi e soldi per via di alcool, droghe ed un carattere ingestibile, è una storia degna di un quotatissimo soggetto hollywoodiano. Ed è un po’ su questo presupposto che gira “Faccia di Picasso”, la classica storia del regista privo di ispirazione che cerca di fare un film accompagnato dal pavido scudiero Paci, il quale saccheggia scene da film famosi in uno showreel di parodie una più ridicola dell’altra (il culmine è la parodia di Rocky IV con Christian Vieri come Ivan Drago).
A costo di essere ripetitivi: tutto questo spettacolo è talmente orrendo da essere spettacolare e Faccia di Picasso diventa inaspettatamente bello da vedere suo malgrado. E poi come dimenticare Marco Giallini, ai tempi quasi sconosciuto e qua alle vette del trash, nel ruolo del produttore fuori di testa nemesi di Ceccherini e Paci?

1) Crank e Crank: High Voltage (B. Taylor, M. Neveldine, USA, 2006-2009)

Il re dei “guilty pleasure” a pari merito con il suo seguito. Crank è un concentrato di adrenalina totalmente folle, degenerato, sconsiderato, dallo humour scorretto, con un leggero tocco di sessismo e razzismo. Se non fosse già sufficientemente perfetto, il ritmo è serratissimo, o per meglio dire non ci si ferma mai. Questo perché Crank è la parabola di Chev Chelios, criminale incallito, a cui è stato iniettato nel sangue un veleno che arresta il cuore. Per sopravvivere il suo corpo dovrà rilasciare adrenalina, quindi il nostro protagonista si lancia in una serie di azioni spericolate sempre più assurde, da far sembrare quelli di Jackass degli scolaretti. Crank è geniale sotto tantissimi aspetti, uno dei quali è l’essere concepito come se fosse un videogioco in cui tutti sono arrabbiati e Jason Statham è sempre in movimento e pronto a picchiarli. Taylor e Neveldine hanno mantenuto lo stesso spirito punk nel seguito High Voltage, che inizia dove finisce il primo film ed è ancora più ipercinetico. Per il seguito addirittura furono usate delle videocamere economiche perché a detta dei registi:

“L’idea di muovere la macchina in modi oltraggiosi ed essere in grado di distruggerla senza battere ciglio è più importante che avere questa sorta di immagine cinematografica.”

Considerando il budget esiguo a disposizione, Crank e il suo seguito sono la definizione perfetta di commedia d’azione. Altri motivi per vedere Crank? Nei due film è presente in piccoli camei anche Chester Bennington, nel seguito il lottatore di MMA Keith Jardine ed il fondatore della Troma Lloyd Kaufman.

TOP 10 di Yur Brynner

10) Percy Jackson e gli dei dell’Olimpo – Il ladro di fulmini (C. Columbus, USA, CAN, 2010)

Mi pare di averlo già detto in precedenza che sono stato appassionato di mitologia fin dalla più tenera età. Vedere mostri e divinità prendere vita e mascherarsi nel nostro mondo coi più stupidi metodi (tipo il minotauro che pascola in mezzo a mandrie del Midwest) mi pareva una cosa tanto imbecille quanto divertente.
Tanto che avrebbe potuto funzionare.

Con la regia di Chris Columbus, che il “compitino” l’ha sempre portato a casa, realizzando film che spopolano tra i più piccoli, ti ritrovi con un prodotto finale che non annoia e tira fuori qualche risata fra un’allusione per i più grandi e una stupidaggine per i bimbi.

9) Van Helsing (S. Sommers, USA, 2004)

Un bambino di nemmeno 10 anni, che considera i licantropi i più fighi, sentiva il morboso bisogno di vederne uno come si era da sempre prefissato nella sua immaginazione: muso ferino allungato, da vero animale, e capacità di reggersi sulle zampe posteriori, per potersi finalmente fregiare a tutti gli effetti del nome “UOMO-LUPO”.

Rivedendolo con un po’ di senno in più mi sale un senso di repulsione incredibile davanti a quegli incisivi aguzzi che fanno sembrare i mannari più a criceti che lupi.
Stendiamo poi un velo pietoso su fotografia ed effetti speciali che come i canidi paiono invecchiare 7 volte più velocemente del tempo reale passato.

Però mi torna in mente l’affetto e la simpatia che provai per quei tre Mostri Sacri (mai termini sarà più adatto) che vengono triturati in questa storia che, vantando la star esordiente del momento Hugh Jackman, cerca di calcare il successo della saga degli X-Men ed ai suoi personaggi dall’oscuro passato.

8) Terkel in Trouble (K. Vestbjerg, T. Christoffersen, S. Fjeldmark, DNK, 2004)

Animazioni imbarazzanti e design dei più beceri uniti ad una comicità di scorrettezza e scurrilità con pochi eguali. La violenza, presentata sotto ogni forma, perde di mordacità ed arriva a confondersi con l’ironia in un miscuglio demenziale che vede un crescendo costante fino al finale. Le voci degli Elio e le Storie Tese faranno poi conquistare il ruolo di piccolo cult, donandoci perle come tua mamma gonfia banane giganti a mazzi da sei.

7) Knock Knock (E. Roth, USA, CHL, 2015)

Ana de Armas e Lorenza Izzo nude.
E bagnate.

Per carità, non voglio che pensiate che lo siano per tutto il film, ci sono delle scene in cui appaiono anche vestite, è sono proprio queste le parti più deboli del film.

Eli Roth prova a portare sullo schermo una storia di torture in cui queste due bellezze fanno irruzione in casa (e nella vita) di Keanu Reeves affrontando il tema che solo dopo 2 anni dopo avrebbe riempito le cronache di tutto il mondo al grido di #MeToo. Non calca però abbastanza la mano nelle scene di violenza e sceneggiatura ed approfondimento dei personaggi lasciano al quanto a desiderare. Ma in fondo non dura neanche troppo e si lascia guardare più che onestamente.

6) R.I.P.D – Poliziotti dall’aldilà (R. Schwentke, USA, 2013)

Ok, lo dico io per primo: è chiaramente “Men in Black” con spettri al posto di alieni, e Ryan Reynolds al posto di Will Smith.
E francamente non so cosa sia peggio.

Effetti speciali e concept grafico dell’aspetto dei vari “dannati” lasciano parecchio a desiderare fin dalla prima visione; però c’è Jeff Bridges che fa il cowboy con il feticismo per i piedi femminili (in pratica se stesso).
Per il sottoscritto la cosa basta per non mollare il film dopo 5 minuti.

5) Totò le Mokò (C.L. Bragaglia, ITA, 1949)

Il Principe della risata è senz’ombra di dubbio l’attore più amato di tutti i tempi dal popolo italiano: dotato di un talento straordinario è asceso al ruolo di icona della commedia dell’arte, come solo Chaplin e Keaton erano riusciti prima di lui.

Precisato questo, bisogna ammettere poi con onestà intellettuale che i film a cui ha spesso partecipato erano, dal punto di vista tecnico e stilistico, di bassa (se non infima) qualità e che poggiavano l’intero loro essere sulle capacità del buon de Curtis.
Questa parodia de Il bandito della Casbah contiene qualche chicca che lo pone alcune spanne sopra la media generale.
Sorprendetevi per un buon movimento di macchina durante la sparatoria nel salone da ballo o il semplice fatto che ad Algeri la popolazione parli francese; incredibile, chi l’avrebbe mai detto che in una colonia maghrebina si parli l’idioma d’oltralpe?!?
60 anni dopo un semplice fatto pare essere fantascienza in un qualunque cinepanettone…

4) Noah (D. Aronofsky, USA, 2014)

Assolutamente non il migliore di Aronofsky ma neppure il peggiore, anche perché sarebbe difficile fare peggio de “L’albero della vita”).
Pareva però avere tutte le carte in regola per fare un bel tonfo. Rivisitazione del racconto biblico del diluvio universale con un Noè pacifista col fisico da guerriero di Russel Crowe, suo figlio Sem fotomodello, Cam invece un infoiato sessuale ed i costumi usciti dalla categoria abbigliamento di Wish.

Aggiungendoci le solite chiavi di lettura e la (pseudo)filosofia che il regista è solito inserire, anche a forza, nelle sue pellicole il risultato finale comunque è interessante, dandoci un ex-Gladiatore capace di tracciare il profilo di un estremista religioso che mette in dubbio l’esistenza di una vera volontà divina e che l’intera distruzione della razza umana sia stata colpa di un libero arbitrio che mostri la parte oscura anche dell’animo di un uomo di fede.

Bella scenografia, apprezzabile il messaggio ambientalista e la volontà di non usare animali reali (anche se pure qui gli effetti speciali non sono dei migliori).

3) Ricky Bobby – La storia di un uomo che sapeva contare fino a uno (A. McKay, USA, 2006)

Will Farell e John C. Reilly sono fra i più grandi e incompresi attori della loro generazione, capacissimi in ogni ruolo vengono ormai rilegati per la stragrande parte dei loro ingaggi a filmacci comici.
Però sanno far ridere come pochi altri al mondo e quindi bene così.

Chiara presa per il culo al sogno americano e dell’ormai didascalico genere dei film sportivi. Abbiamo per protagonista un coglione di fatto, fiero di ciò e con un innato talento autodistruttivo che lo porterà ad un percorso di caduta e risalita che in fondo si è rivisto mille altre volte.
L’abilità comica e la tecnica degli specialisti dietro la cinepresa lo rendono godibile più di qualunque altro film “ispirato ad una storia vera”.

2) Non nuotate in quel fiume (R. Albanesi, ITA, 2016)

Neanche Mario Bava sarebbe riuscito nel miracolo di tirare fuori un buon film con solo un misero budget di 80€.
E neanche il buon Roberto Albanesi ci riesce qui alla sua prima prova dietro la telecamera con un lungometraggio; ad onor del vero, però, il ragazzo è capace molto più di altri nomi che hanno grosse produzioni e anche l’ardore di autodefinirsi registi.

Sa dove mettere la macchina da presa, come muoversi e gioca su tutte le debolezze trasformandole in forze, così che una non ottimale fotografia viene trasformata in una convincente vecchia pellicola da VHS grazie ai filtri.
Un film volutamente “fatto male” che non annoia né irrita e mostra l’amore per il cinema di genere che regista e attori (in gran parte amici) condividono. Dopo Dante va alla guerra poi, sono sempre più convinto che questo nome vada tenuto strettamente d’occhio senza farsi scappare nessuna delle sue prossime creazioni.

1) Amici miei – Atto III° (N. Loy, ITA, 1985)

Di certo non fetente come quel prequel rinascimentale girato da Neri Parenti nel 2011, ma ben lontano dal capolavoro del ’75 di cui lo stesso Monicelli girò un seguito che ha fatica poteva competere con la poetica, la classe e la classe dell’originale.

Eppure gli voglio bene, anche con tutte quelle basse trovate che strapperebbero una risata giusto ad un ragazzino di 12 anni, proprio perché quando lo vidi per la prima volta avevo 12 anni e risi come un deficiente a vedere sti quattro vecchi che mandavano giù di testa gli ospiti dell’ospizio in cui risiedevano (Dio… solo ad accennare la trama qui sopra mi si accappona la pelle).

Perché proprio ricercando le due parti principali ho scoperto tutt’altro genere di film e ironia, in cui non si rideva tanto per un vecchio che si piscia addosso ma viene mostrata quella che i più taccerebbero come malvagità, ma che nella mia ottica odierna è invece una nobile arte del sopravvivere ovvero la capacità di ridere (anche perculando) su tutto, pure il peggiore dei mali, in un infinito ciclo di zingarate che funge da salvagente in mezzo a quel grigio e mesto mare che è la vita quotidiana.

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