Alì e Foreman nella giungla

Sono le 4:00 A.M., ora locale, quando a Kinshasa, nello Zaire (ex Congo Belga, attuale Repubblica Democratica del Congo) incrociano i guantoni per la prima volta Muhammad Alì e George Foreman, in quello che tuttora rimane uno degli incontri più importanti della storia della boxe moderna.
“Rumble in the Jungle”, questo il titolo assegnato all’evento, rappresenta uno degli eventi sportivi più ricchi di spunti, retroscena, discussioni e sbocchi narrativi di sempre, pur essendo ad oggi passati quasi 45 anni da quel 30 ottobre 1974.

Il combattimento principe dell’anno, probabilmente dell’intera generazione, disputato in piena notte nel bel mezzo dell’Africa sub-sahariana. Se questa vi sembra una stranezza, sappiate che è solo l’inizio. Tuttavia, sarebbe impossibile affrontare il racconto di quella notte leggendaria senza l’accurato background, ricostruibile a partire dalle numerose testimonianze dello splendido Quando Eravamo Re (When We Were Kings in lingua originale), documentario di Leon Gast che gli è valso un premio Oscar (1997) ed una menzione speciale al Sundance Festival 1996.

Cassius Clay? No, Muhammad Alì

Nel 1974 Muhammad Alì ha già cambiato, radicalmente ed in maniera irreversibile, il pugilato mondiale. Nato Cassius Clay (cambierà nome nel 1964 a seguito dell’adesione alla Nation of Islam) il 17 gennaio 1942 a Louisville, Kentucky, Alì esplode da giovanissimo. Avvicinatosi alla boxe ad 11 anni, a 18 è già campione olimpico a Roma, chiudendo subito dopo la carriera da dilettante con 100 incontri vinti e soli 5 persi. Approdato al professionismo, colpisce tutti gli addetti ai lavori dentro e fuori dal quadrato: sul ring è rapidissimo, i suoi piedi si muovono in maniera insensata, come se non fossero attaccati ad un colosso di 191 centimetri per oltre 100 kg.

Ma, soprattutto, Alì parla. Parla tantissimo. Parla durante i combattimenti, schernendo i suoi avversari mentre ne schiva i colpi a guardia abbassata, ma soprattutto fuori. Racconta della condizione dei neri in un’America ancora troppo legata alla segregazione razziale, delle assurde contraddizioni del suo paese, porta avanti le idee di Malcolm X. E lo fa con uno stile tutto suo, provocatorio, arrogante, per tanti fastidioso (si dice abbia preso spunto dal wrestler Gorgeous George) spesso e volentieri usando l’ironia e il sarcasmo.

Attacca gli avversari, li sminuisce prima e durante i combattimenti, tiene al guinzaglio anche i più temuti giornalisti. Di fatti, il suo rifiuto di partire per la guerra del Vietnam nel 1967 è un vero e proprio tuono che scuote l’opinione pubblica americana. Già campione dei pesi massimi, avendo difeso la cintura otto volte contro i migliori pugili dell’epoca, Alì viene arrestato, la sua licenza da pugile revocata da tutte le federazioni al pari dei suoi titoli.

Condannato a cinque anni di reclusione, il verdetto fu annullato solo nel 1970, quando Alì poté tornare a combattere dopo una pausa di tre anni e mezzo. Rallentato nei movimenti, Muhammad conobbe le prime due sconfitte: quella nel “match del secolo”, al Madison Square Garden, ai punti contro Joe Frazier, e quella contro Ken Norton. Il pugile di Louisville si prese entrambe le rivincite nel giro di pochi anni, ma la cintura di campione continuava a rimanere lontana da lui.

Big George

A prendersela nel 1973, infatti, era stato un pugile relativamente poco famoso: George Foreman, classe 1949 da Marshall, Texas. Dopo un’infanzia decisamente poco agiata e una gioventù costellata di problemi con la legge, Foreman imparò a sfogare la sua rabbia sul ring: con Alì condivide una medaglia d’oro olimpica (in questo caso Mexico City 1968) e poco altro. Sin dalla gioventù, difatti, la tecnica di combattimento di Foreman è stata decisamente opposta a quella del rivale. tattica spicciola, tecnica elementare, semplicemente picchiava più forte di chiunque altro. I suoi colpi arrivavano diretti, potenti, i ganci e i montanti sembravano non sentire neanche l’attrito dell’aria. Pochissimi suoi avversari arrivavano alla fine dell’incontro in piedi.

Con la vittoria del 1973 a Kingston unificò le cinture WBA e WBC, ma non solo.
Frazier, campione in carica e primo pugile professionista a battere Alì, finì al tappeto sei volte nei soli primi due round. Alla stregua di un pestaggio anche l’incontro per la difesa del titolo contro José Roman (K.O. in 55 secondi), mentre durò soli due round anche l’incontro con Ken Norton, che al pugile di Louisville aveva addirittura fratturato la mascella. Sostanzialmente, entrando nel 1974 Foreman era considerato un killer dei guantoni, una macchina, capace di annichilire i migliori dell’epoca senza fatica.

Don King e Mobutu

Tra i due, però, si inseriscono altre due figure extra-ring: la prima di queste è Don King, eccentrico manager di Cleveland, al centro di una fitta rete di investitori. King aveva organizzato una esibizione di beneficenza per un ospedale locale con Muhammad Alì, e dopo il suddetto evento decise di buttarsi a capofitto nel mondo del pugilato. Mentre tutti i promoter di fama mondiale si contendono a suon di milioni il patrocinio dell’incontro dell’anno (e, col senno di poi, della storia) King sbaraglia la concorrenza mettendo sul piatto 10 milioni di dollari, 5 per parte. L’unico piccolo dettaglio è che, nonostante i suoi ottimi contatti, King non ha ancora neanche un centesimo del premio promesso. Né ha idea di come trovarlo.

In suo aiuto, intrecciando ancora di più le trame politiche e sociali a quelle sportive, accorre un’altra persona che con la boxe ha molto poco a che fare: Mobutu Sese Seko (per gli appassionati di onomastica, è consigliato andare a fare qualche ricerca sul nome integrale e sulla relativa traduzione). Mobutu è un militare che, tramite un colpo di stato, ha da circa un decennio assunto il potere nella Repubblica Democratica del Congo, cambiandone appunto il nome in Zaire ed istituendo un regime autoritario. I fondi non sono sicuramente un problema per il presidente, che vede nell’organizzazione di un evento sportivo così rilevante un’occasione di pubblicità e progresso per il proprio paese.

Le condizioni del paese sono a dir poco discutibili, censura e repressione armata sono all’ordine del giorno, ma i 10 milioni arrivano a destinazione e una volta decisi titolo (“Rumble in the jungle”) e luogo (lo stadio di Kinshasa) l’incontro diventa ufficiale.

L’eroe e l’antieroe

A questo punto, per i due pugili inizia l’avvicinamento alla sfida più importante della loro carriera, che sostanzialmente si svolge su due binari. Il primo è quello sociale. Alì, che per tutta la sua vita si dimostrerà un oratore di abilità assoluta ed uno straordinario interprete dell’animo umano, coglie la palla al balzo per amplificare al massimo i suoi discorsi riguardo alla discriminazione razziale. Il ritorno in Africa, tra la sua gente, il trionfo della popolazione nera, il riscatto di un’etnia troppo spesso dimenticata, considerata inferiore.

In ogni intervista ed apparizione pubblica, Alì aggiunge un mattoncino al suo castello, una dichiarazione, un gesto. Si scaglia contro i bianchi oppressori, ma anche contro alcuni stessi afro-americani, rei di aver dimenticato le proprie origini. Ironizza, delizia i giornalisti con battute e scene degne di Hollywood.

Dall’altra parte, Foreman nasconde la sua profonda timidezza dietro la solita aria da duro. Si presenta alla conferenza stampa ufficiale col suo inseparabile pastore tedesco, minimizza e sembra quasi non temere il suo avversario. A chi gli chiede se abbia intenzione di emulare Alì, che ha promesso di destinare parte della sua borsa alla costruzione di un ospedale, risponde:

«Se dice di aver bisogno di un ospedale, ce lo manderò io».

Incalzato riguardo ad un possibile ritiro in caso di sconfitta, non risponde proprio. In brevissimo tempo, gli schieramenti sono definiti: Muhammad è l’eroe nero arrivato per riscattare le sorti di un popolo sottomesso. George, nonostante sia anch’egli afroamericano, è la nemesi, il nemico da abbattere. Probabilmente in cuor suo Foreman sente di appartenere all’Africa tanto quanto il suo avversario, ma non ha la stessa parlantina né il carisma per dimostrarlo.
Finisce così quasi schiacciato dal peso di essere straniero nella terra dei suoi antenati.

Un match di pugilato, però, va pur sempre combattuto, e dunque preparato sul ring. La divisione tattica dell’incontro sembrava chiara: Alì urla, grida al mondo come batterà, a suo parere, Foreman. Ovvero ballando.

«Ballerò, ballerò, ballerò attorno al ring, e lo colpirò col mio jab. Non riuscirà nemmeno a vedermi!».

Foreman, dal canto suo, sapeva di doversi attenere al suo pugilato: prendere il centro del ring e picchiare più forte che può. Alì, mai stato un grande incassatore per sua natura, è anche provato dall’avanzare dell’età, e nessuno pensa possa resistere alle devastanti scariche dell’avversario.

L’arrivo a Kinshasa

Arrivati a Kinshasa con larghissimo anticipo, dai rispettivi camp i due pugili si lanciano frecciatine. Foreman sceglie come sparring partner i pugili più veloci, e si allena a chiuderli all’angolo, a tenere il centro del ring senza perdere forza e precisione per i propri colpi. Il fu Clay, invece, fa l’esatto opposto: si allena con i picchiatori più cruenti, incassa e incassa, sembra in difficoltà addirittura negli incontri di sparring. In Zaire, però, è già una celebrità. Acclamato ovunque, fomenta le folle al grido di “Alì boma-ye”:
Alì uccidilo.

Gianni Minà ricorda quella volta che finì a pranzo con Alì, De Niro, Leone e Garcia Marquez

Il clamoroso rinvio

Se è vero che nessuna macchina organizzativa è al riparo da intoppi, in questo caso uno ne arriva proprio nel bel mezzo della preparazione. Una guardia un po’ avventata di uno sparring di Foreman finisce col colpirlo sull’arcata sopraccigliare. Il gomito apre una ferita rilevante, da suturare. È chiaro a tutti che il campione in carica non sarà in grado di combattere, e l’incontro viene posticipato di un mese e mezzo. Alì impazzisce, chiede prima di tornare negli Stati Uniti, poi di combattere contro Frazier, ma alla fine deve arrendersi all’attesa.

Finalmente, annunciata da un vero e proprio festival di tre giorni in cui si esibirono tutti i volti più noti della black music, da B.B. King a James Brown, arriva la sera dell’incontro. O meglio, la notte: in Zaire si combatte alle quattro di mattina, per permettere alle televisioni americane di trasmettere l’incontro in prima serata.

Finalmente sul ring

Pochi minuti prima dell’incontro, tutti gli altarini e le sceneggiate crollano: Alì è perfettamente consapevole di partire sfavorito, e così lo è il suo team. Nel suo spogliatoio la tensione è una coltre metallica, i suoi allenatori sembrano sull’orlo delle lacrime, anche mentre lui continua a ripetere “I’m gonna dance and dance”, “ballerò e ballerò”.

Foreman, dal canto suo, sembra teso ma allo stesso tempo fiducioso. Sa di essere il più forte su quel ring e che le porte della storia gli si stanno per aprire.

Il gong d’inizio

La tensione a Kinshasa è inverosimile quando il gong dà il via all’incontro. Durante il primo round, Alì riesce a stupire tutti, andando a segno più volte con un diretto destro tanto semplice quanto efficace, combinato col jab aprendo completamente la guardia. Un atteggiamento coraggioso, quasi beffardo, che nessuno aveva mai tenuto contro il campione in carica. L’effetto sorpresa, però, dura fino al termine del primo round, quando Foreman inizia a prendere le misure. Alì, all’angolo, incita il pubblico gridando “Alì Boma Ye”, ricevendo la risposta calorosa di tutti gli spettatori, ma sul ring trova il suo incubo. Un pugile più potente di lui lo sta chiudendo, sfuggendo al suo controllo e andando a coprire ogni suo movimento di piedi, colpendo con delle combinazioni estremamente violente.

Dalla seconda ripresa in poi, Foreman non lascerà mai il centro del ring: i suoi colpi sono tremendi, spesso e volentieri bucano la guardia dell’avversario e lo costringono contro le corde più e più volte. Il fu Cassius Clay sembra non trovare via d’uscita, continua ad incassare, e solo saltuariamente riesce ad andare a segno con i diretti. In più di una occasione, il primo sfidante sembra destinato a crollare.

Eppure, a voce bassa, tale che neanche l’arbitro riesca a sentirlo, Alì sta sbeffeggiando Foreman. “Oh, George, tutto qui?”, “Non picchi tanto forte, eh”, “Non sento niente, George!”. Ogni clinch, ogni abbraccio, Muhammad Alì sussurra delle prese in giro all’orecchio di Foreman. Il nativo di Cleveland non ci sta, non vuole di nuovo passare per il perdente, l’ignorante, l’inadatto. Sfoga tutta la sua inaudita potenza, round dopo round sembra sempre più furioso e torna a far vacillare diverse volte l’avversario con dei tremendi ganci al corpo alternati a quelli al volto.

Alì, sempre appoggiato sulle corde, sembra un sacco da allenamento che di tanto in tanto prova a rispondere con combinazioni rapide.

Foreman annaspa, ha il respiro pesante del predatore che sente odore di sangue. Anche quando l’altro, continuamente, prova ad interromperne l’azione con dei clinch, non sembra accennare a calmarsi. Pugni su pugni, sempre tenendo il centro del ring, mentre Alì con la mano mancina pizzica proprio l’arcata sopraccigliare infortunata di recente. Dal quinto round in poi il figlio dell’Islam sembra perdere anche in mobilità. Rimane piantato sul posto, contro le corde, con la guardia alta, a subire tutta la brutalità dell’avversario.

Il K.O.

Alla fine della quinta ripresa, però, Alì trova la prima, potente reazione: una decina di colpi a segno, sorprendenti per rapidità e precisione, quasi come se non avesse passato 15 minuti a fare da sfortunato sparring partner al pugile più violento del mondo. La campanella salva Foreman, evidentemente stordito. Il campione è stanchissimo, e non crede ai suoi occhi. L’uomo che ha letteralmente pestato per cinque round sta ancora parlando, ridendogli in faccia e incitando la folla.

Sesto e settimo round sono a favore del pugile di Louisville: come dimostreranno successive analisi sull’incontro, la sua scelta di appoggiarsi continuamente alle corde, posizione in cui generalmente un pugile è considerato spacciato, si è rivelata vincente. Appoggiandovi tutto il proprio peso, difatti, Alì ha sfruttato la proprietà elastica delle suddette per diminuire la violenza dei colpi subiti. Questo, unito all’ottima guardia e alle inedite capacità da incassatore mostrate dall’ex-campione, ha messo davanti a Foreman l’equivalente di un muro di gomma.

La dinamica dell’incontro si ribalta, ed il vero capolavoro di “The Greatest” arriva al round 8. Foreman sta ancora attaccando, ma disordinatamente e praticamente senza guardia, e a venti secondi dalla campanella trova la disfatta. Alì vede un varco, piazza con estrema rapidità un gancio destro e da lì parte con la sua danza: destro, sinistro, ancora destro, Foreman è K.O.

Fonte: ABC News

Alì boma-ye

L’immagine che rimane, iconica, nella memoria comune è una: Alì, in piedi con il pugno destro alzato, pronto a dare il colpo di grazia al suo avversario, ma si limita a guardarlo cadere al suolo in maniera tanto lenta quanto rovinosa. Ora può sembrare solo un tassello nella carriera del più grande pugile di sempre, all’epoca fu un evento di portata incredibile.

In Zaire, quella notte, cominciarono i monsoni. Solo un’ora dopo la fine dell’incontro, piogge torrenziali iniziarono ad abbattersi su tutto il paese. Nonostante questo, le strade di Kinshasa furono invase di gente, vestita di stracci e a piedi nudi, lì per acclamare l’eroe degli africani, Muhammad Alì.

Alì boma-ye George Foreman.

 

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