Hallelujah – da Leonard Cohen a Jeff Buckley

Nel 1978 Bob Dylan, lasciatosi convincere dalla fidanzata dell’epoca Mery Alice Artes, si convertì ricevendo il sacramento del battesimo. Questa rinascita cristiana, che influenzò in modo tangibile la sua produzione successiva, lasciò perplesso un altro grande poeta del secolo scorso, da sempre suo ammiratore: Leonard Cohen. Nonostante l’interesse per la figura di Gesù e per il buddismo, il tormentato Cohen rimase fedele ai precetti ebrei fino alla fine dei suoi giorni. In seguito i due ebbero modo di confrontarsi e in quell’occasione Bob ammise che Hallelujah era uno dei suoi brani preferiti. Chiese a Leonard: “Quanto tempo hai impiegato a scriverla?” e si sentì rispondere: “circa due anni”.

In realtà il brano non ha mai soddisfatto Cohen, il quale continuò a modificarla nel corso degli anni. Raccolse in un taccuino circa ottanta versi, alla ricerca di immagini che illustrassero il suo concetto di Amore e di Fede, da trasformare in gospel. La versione registrata e pubblicata nel 1984 non fu in ogni caso quella definitiva: durante le performance live era solito cambiare il testo, arrivando a raddoppiarne la durata.

Svuotato ma non inaridito

Un brano in 12/8 che si apre con un’alternanza di Do maggiore e La minore. Due note molto vicine, che non creano dinamismo, vanno a rappresentare l’apatia dell’ascoltatore al quale l’autore domanda “You don’t really care for music, do you?”. In sette parole, che descrivono esattamente la melodia, Cohen racchiude il senso della cristianità: la cacciata di Adamo ed Eva dall’Eden costituisce la “minor fall” che ha portato peccato e morte sulla Terra, ma attraverso il “major lift“, ovvero la resurrezione, Cristo ci redimerà.

Nella seconda strofa Cohen si identifica nella figura biblica di Re Davide: una volta insediatosi a Gerusalemme, dal suo palazzo scorge una bellissima donna che si fa il bagno sul tetto (“You saw her bathing on the roof“). Si tratta di Betsabea, moglie di un suo soldato. Davide non curante giace con lei. Una volta scoperto che la donna aspetta un figlio, ordina al capo del suo esercito di mandare il marito, Uria, in prima linea nel prossimo combattimento affinché venga ucciso. La cieca passione ha portato un uomo a commettere un atto deplorevole.

Paragona poi la sua ingenuità a quella di Sansone, che confida all’amata di avere la propria chioma quale fonte di forza sovraumana. Una volta svelato il segreto Dalila, precedentemente corrotta dai filistei con delle monete d’argento, gli taglia i capelli. Al risveglio, trovandosi impotente di fronte ai nemici, verrà catturato e imprigionato (“She broke your throne and she cut your hair‘). Ancora una volta Amore ha colto un uomo impreparato e lo ha reso vulnerabile.

Cohen ci insegna che non tutte le relazioni sono una vittoria, ma costituiscono un passo avanti un cammino difficile e doloroso che conduce a qualcosa di migliore. Fiducioso, nell’ultima toccante strofa esprime la volontà di cominciare da capo, nonostante tutto (“And even though it all went wrong, I’ll stand before the Lord of Song with nothing on my tongue but Hallelujah”).

Mille e una versione

Malgrado l’indiscutibile bellezza, il brano passò inosservato. Fu John Cale, ex membro dei Velvet Underground e stimato produttore di Pattie Smith e degli Stooges, a portarla in auge. Su consiglio dell’amico Larry Sloman nel 1990 assistette ad un concerto di Cohen al Beacon Theatre di New York, e ne rimase folgorato. Così quando qualche mese più tardi venne contattato per prendere parte al progetto I’m Your Fan, un album di cover in onore del maestro, Cale si ricordò di Hallelujah ed accettò. Chiese a Leonard di fornirgli il testo e il mattino seguente questi gli inviò tramite 15 pagine di versi.

«Gli diedi un’occhiata e mi resi conto che molti erano davvero speciali per Leonard. Parlavano di religione in modo molto personale, distante da me. Così ho scelto i versi che mi sembravano più maliziosi. Ecco come è nata la mia versione.»

John Cale

Caso volle che Janine, una ragazza di Brooklyn, acquistasse una copia di quell’album che finì nelle mani di un giovane musicista di nome Jeff Buckley, figlio del talentuoso Tim, in quel periodo ospite a casa sua. Nonostante tutti vogliano cimentarsi nell’esecuzione di brano, arricchendolo di vacui virtuosismi che lo snaturano, l’unico in grado di interpretarla con la giusta intensità e consapevolezza fu il giovane Jeff. Con il suo fingerpicking ed un canto sussurrato, sembra porre fine alla ricerca di perfezione di Cohen. Ma come spesso accade la sua versione di Hallelujah, come l’intero album di debutto Grace (1994), verrà riscoperta solo dopo la tragica morte, avvenuta tre anni più tardi. Continueremo ad ascoltare questa inestimabile perla con il rimpianto di non poter sapere cosa questo splendido artista aveva in serbo per noi.

 

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