Ho visto un uomo volare: Michael Jordan.

Maglie. Pantaloncini. Canotte. E ancora: cappellini, tute, calzini, zaini. Borse, collane, giacche. E soprattutto scarpe, scarpe, scarpe. In particolare 33 modelli diversi, solo per la serie Air, editi ognuno in decine e decine di colorazioni e materiali diversi. Il “jumpman” è ovunque, a rappresentare la più grande eredità di Michael Jordan. MJ, per i pochi esseri umani che non ne fossero a conoscenza, è riconosciuto da tutti (by acclamation, per citare il sito ufficiale NBA) come il più grande giocatore di basket mai esistito. Ad ingigantire la sua leggenda, già pesante di per sé, c’è il suo brand. Jordan, proprietà della Nike ma a tutti gli effetti un marchio indipendente, si aggira attorno ai tre miliardi di dollari annui di fatturato.

Il logo Jordan, ufficialmente denominato Jumpman.

Il logo Jordan

Dietro il marchio principe dello streetwear internazionale, ed in particolare del mercato delle sneakers, c’è proprio il jumpman, logo che ritrae lo stesso Michael impegnato in una schiacciata a gambe divaricate. Una silhouette talmente iconica da diventare ben presto equivalente, per notorietà, allo swoosh di Nike o alle three stripes, di Adidas.

La nascita embrionale di quell’istantanea è databile attorno al 1984.
MJ, impegnato nella preparazione delle Olimpiadi di Los Angeles (vigeva ancora la regola interna alla nazionale statunitense di affrontare la manifestazione a cinque cerchi con soli giocatori provenienti dalle università), nelle quali conquisterà l’oro, viene immortalato da Jacobus Rentmeester per Life Magazine.

La foto è indubbiamente suggestiva: il sole nascente sullo sfondo, la semplcità di un canestro e un albero spoglio e, tra loro, Jordan abbigliato di tutto punto. Tuta USA nell’inconfondibile rosso-bianco-blu e candide calzature… New Balance! Incredibile ma vero, all’epoca Michael non aveva ancora firmato il suo contratto di sponsorizzazione.

La foto scattata ad MJ da Rentmeester per il servizio di Life Magazine nel 1984.
Fonte: Life Magazine

L’idea però, era lanciata, e dopo la firma da record (2.5 milioni di dollari, briciole nella NBA di oggi, letteralmente montagne di soldi in quella di 35 anni fa) Nike ne approfittò, riproponendo la stessa immagine per la prima grande campagna di impatto a nome Jordan. Gambe allargate in un tentativo di schiacciata, uno skyline come sfondo, e ai piedi la forma delle leggendarie Air Jordan 1, che ad oggi rimangono le più iconiche, imitate e ricercate sneakers del mondo.

La pubblicità che accompagna il lancio delle Air Jordan 1, nel 1985.
Copyright: Nike

OG, quando tutto ebbe inizio

Basti pensare che un paio di Air Jordan 1 OG Chicago (le originali prodotte nel 1985, in colorazione bianco/rossa/nera che matchava la divisa dei Bulls) oggi arriva a costare, basandoci sui pochissimi esemplari in vendita sul portale-bibbia Stockx, oltre 20.000 dollari. Nonostante le diatribe legali (nel 2017 Rentmeester portò in tribunale Nike, sostanzialmente accusandola di aver copiato dalle sue foto l’idea del Jumpman, perdendo però la causa) ora quell’immagine di MJ “volante” campeggia ovunque nel mondo.

Eppure, svelerà sorridendo anni dopo, quella foto non rappresentava una vera e propria schiacciata. Fu semplicemente una posa fatta in aria dopo un salto, ma senza rincorsa né un vero e proprio gesto tecnico diverso dal pallone sollevato sopra la testa col braccio sinistro. In sostanza, più simile a un grand jeté della danza classica che ad un’azione da ammirare su un parquet.

Il contributo di Tinker Hatfield

Difatti, il primissimo logo Air Jordan era diverso da quello attuale: prima dell’arrivo di Tinker Hatfield, sui primi due modelli della serie campeggiava un pallone da basket stilizzato e “alato”.

L’arrivo di Hatfield cambiò le carte in tavola: le Air Jordan 3, suo primo design, furono accolte dal clamore internazionale, e contribuirono alla scrittura di un testamento. MJ, all’epoca ai ferri corti con l’azienda, si convinse ad onorare il suo contratto e collaborò con Tinker per diciassette delle successive Air Jordan. Ad oggi Hatfield è considerato una leggenda dello streetwear e più in generale del design, un pluripremiato innovatore. Tra le altre onorificenze gli sono stati dedicati un episodio della serie Abstract (sui grandi nomi del design, edita da Netflix) ed una recentissima linea di Nike Air Max, direttamente ispirata dai suoi schizzi di quella che sarebbe diventata un’altra leggenda delle sneakers.
A contribuire all’esplosione mondiale del jumpman, però, fu anche e soprattutto il suo protagonista.

Le Air Jordan 1 OG Chicago rilasciate nel 1985 con la prima versione del logo: un vero e proprio pezzo da novanta per i collezionisti di sneakers.
Fonte: Stockx.

Lo Slam Dunk Contest 1988

Ci troviamo al Chicago Stadium, casa dei Bulls e di conseguenza del numero 23, ed è il 7 febbraio 1988. È un sabato, e la National Basketball Association, reduce da un decennio d’oro che metterà le basi per farla diventare una delle leghe più influenti dello sport mondiale, sta mettendo in scena il cosiddetto All-Star Weekend. Di contorno alla partita delle stelle, con i migliori giocatori dell’est che affrontano quelli dell’ovest, da sempre spiccano altre due competizioni: la gara del tiro da tre punti e soprattutto quella delle schiacciate, vero e proprio highlight della tre-giorni, reintrodotta nel 1984.

Il regolamento è estremamente semplice: si parte palla in mano, senza compagni né avversari, e da lì spazio alla creatività e alle doti fisiche per inchiodare la palla nel canestro nella maniera più creativa possibile. Cinque giudici che votano ogni schiacciata da 1 a 10, un totale di cinque round eliminatori e tre round di finale uno contro uno.

Ai blocchi di partenza ci sono tutti i più attesi: c’è il vincitore del 1985, Wilkins, ed il suo compagno di squadra Spud Webb, che dall’”alto” del suo metro e settanta ha osato togliere lo scettro al compagno l’anno successivo, rimanendo ad oggi il giocatore più basso ad aver mai vinto una gara delle schiacciate, e soprattutto c’è il campione in carica, Michael Jordan.

A passare alla seconda fase sono Jordan, Otis Smith, Clyde Drexler e soprattutto Dominique Wilkins, ala degli Atlanta Hawks, che si è presentato al pubblico letteralmente decollando dalla linea di fondo e schiacciando, in reverse, una palla che aveva prima fatto arrivare tra le sue gambe. 49 per la giuria, ma la reazione del pubblico non è neanche paragonabile a quella delle schiacciate di MJ. Ogni volta che il nativo di Brooklyn termina una schiacciata, lo Stadium esplode letteralmente. La sensazione è che l’elettricità generata basterebbe tranquillamente a tenere accesa mezza città.

Spudd Webb con gli altri partecipanti alla gara delle schiacciate 1986. Webb vincerà e, con i suoi soli 170 centimetri di statura, rimane il più basso ad essere riuscito nell’impresa.
Fonte: YouTube

Lo spettacolo

All’inizio della semifinale, Jordan regala il primo fulmine: carica la batteria del suo pubblico, allontanandosi dal ferro fino a raggiungere la linea di fondo opposta. Dopo aver coperto l’intero campo di corsa, il 23 decolla appena dopo la linea del tiro libero e, quasi fluttuando, schiaccia con una mano sola. Terremoto. La gente di Chicago è letteralmente impazzita e la gara non ha ancora raggiunto il giro di boa. Drexler lo imita degnamente, ma il suo 45 paga al 50 tondo ottenuto dal pupillo di casa. A fare la voce grossa è Dominique Wilkins. Mulinello a una mano di un esplosività raramente vista, che lo porta letteralmente col naso all’altezza del ferro prima di far tremare le fondamenta del palazzetto col tomahawk di mano destra.

Gli altri due partecipanti fanno il loro lavoro, ma è chiaro che questi due viaggiano su un altro livello della disciplina. Jordan sceglie un windmill con ricciolo sulla linea di fondo per la sua seconda schiacciata, di pura potenza, con la sua caratteristica inclinazione obliqua durante la fase di volo, mentre Wilkins vola, girando di 360 gradi in aria, a stampare la schiacciata a due mani. Dopo il terzo round (reverse a una mano della guardia dei Bulls, reverse a due mani per il suo rivale) è chiaro che la finale ha tutto il potenziale per diventare il Sacro Graal dei cultori del genere.

Le doti fisiche e tecniche dei due sono gli ingredienti di un cocktail esplosivo che aspetta solo di essere shakerato. Ovviamente, in quel freddo sabato di febbraio, ogni seggiolino del Chicago Stadium sembra imbottito di polvere da sparo.

Dominique Wilkins al Chicago Stadium.
Fonte: Sports Illustrated

Wilkins VS Jordan

Sorteggio, inizia Wilkins. Partenza centrale da metà campo, la palla finisce contro il tabellone, il nativo di Parigi decolla finendo ampiamente con la testa sopra il ferro e, dopo averla agguantata al volo, schiaccia la sfera con una sola mano. 50 punti su 50 disponibili e boato dagli spalti.

Jordan non vuole essere da meno, e tendenzialmente quando Micheal Jeffrey Jordan esprime una volontà quasi sempre questa viene esaudita. Partenza laterale, giro di 180 gradi in aria, palla che scende tra le gambe e poi torna su per la schiacciata a due mani in reverse. 50 punti, palla al centro. Wilkins, però, dimostra a tutti di essere lo schiacciatore più potente mai capitato sul pianeta Terra e lo fa, come un navigato peso massimo in un match per il titolo, col suo colpo migliore. Windmill dalla linea di fondo, il rumore e la vibrazione generati mettono in serio pericolo le coronarie dei presenti. 50 punti inevitabili.

Aumenta l’intensità e Jordan, con l’inconfondibile lingua di fuori, sceglie di far passare la palla accanto ad entrambi i fianchi prima di inchiodare alla massima potenza con entrambe le mani. Il movimento, però, è leggermente “strappato” e i giudici lo notano. Nonostante la pioggia incessante di insulti che arrivano dalle retrovie, il 47 sembra un punteggio tutto sommato giusto.

La schiacciata della leggenda

Terzo ed ultimo round, Dominique Wilkins ha il match point e non tradisce: partenza dalla linea laterale sinistra e di nuovo manifestazione di potenza ed elevazione inaudita dopo il mulinello a due mani. Il boato, però, stavolta arriva solo al momento della pubblicazione dei voti: “solo” 45/50. Un voto che già ai commentatori dell’epoca sembra piuttosto basso e che ha un grandissimo effetto collaterale: tiene in gara Micheal Jordan, al quale servono 48 punti con l’ultima schiacciata per eguagliare i 145 di Wilkins.

Tutti i presenti allo Stadium lo capiscono e balzano in piedi. Il mormorio diffuso diventa rapidamente un insieme assordante di urla mentre il beniamino di casa prende il centro della scena. Qualche palleggio, un attimo di esitazione, quel tanto che basta a far arrivare al limite l’hype dei suoi tifosi. MJ butta un’occhiata al fotografo di Sports Illustrated, indicandosi un ginocchio. Vuole che lui si sposti in quella direzione per poterlo immortalare dall’angolo migliore.

A quel punto, indietreggiando fino alla linea di fondo  si crea la sua personalissima passerella verso la leggenda. La schiacciata è di nuovo quella con cui aveva iniziato la semifinale, ma stavolta ha i crismi dell’opera d’arte: ogni passo sul parquet fa aumentare il volume dell’incitamento e, arrivato alla linea del tiro libero, Jordan prende direttamente il volo. Fluttuando, il 23 rimane in aria per un tempo che sembra infinito, e quando impatta il canestro è ancora in fase ascendente, come se potesse continuare su quella traiettoria per diversi metri ancora.

La schiacciata con la quale Michael Jordan vinse la gara del 1988.
Copyright 2001 NBAE Mandatory Credit: Andrew D. Bernstein/NBAE/Getty Images

Ovviamente l’esecuzione vale 50 punti e la seconda vittoria di fila nella competizione, ma soprattutto gli vale uno scatto fotografico da annali: la palla in mano, le gambe allargate, un braccio alzato sopra la testa.
Iconico. Jumpman.

 

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